Andriy Yurkevych: finché fa male, la musica è viva

written by Tommaso Scattolari 22 Ottobre 2025Andriy Yurkevych #AndriyYurkevych

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Andriy Yurkevych: finché fa male, la musica è viva

Ci sono artisti che parlano con la voce, altri con il gesto. E poi ci sono coloro che, come Andriy Yurkevych, dirigono con un silenzio che sembra precedere la creazione stessa, come se il suono nascesse non dalla bacchetta ma da un punto invisibile del cuore. La sua storia – che affonda le radici a Leopoli, nella terra che unisce malinconia e ardore, e si apre poi all’Italia, culla del melodramma – non è solo il percorso di un direttore d’orchestra, ma il diario spirituale di un uomo che ha fatto della musica la propria fede e della direzione un atto di preghiera.

«La mia storia è davvero cominciata a Leopoli – racconta – una città dove il suono ha sempre il sapore della memoria». Lì, tra le sale di danza e le prove d’orchestra, il giovane Andriy imparò ad ascoltare non solo le note, ma il loro silenzio, quel respiro sospeso che vive tra un battito e l’altro. «Ho visto muscoli e tendini trasformarsi in musica», dice, ricordando le prime ore passate nelle buche d’orchestra, le luci basse, la carta che fruscia, il corpo che si fa ritmo.
Quando parla del suo arrivo in Italia, non usa mai la parola addio, né quella approdo: «È un accordo sospeso che ancora vibra». Un ponte tra due luci – il bronzo delle campane di Leopoli e l’oro del sole italiano.Andriy Yurkevych #AndriyYurkevych

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In lui, l’anima ucraina e il teatro italiano convivono come due strumenti dello stesso concerto. «In ogni battuta di Verdi o Puccini vive il respiro della mia terra», afferma. «La musica ucraina non è solo melodia: è un modo di respirare, più profondo, più vicino al cuore». Eppure l’Italia gli ha insegnato qualcosa che non è scrivibile: il rispetto assoluto per la voce, per la sua fragilità sacra. Da Verdi ha appreso la malinconia che si fa dignità, da Lysenko la limpidezza che si fa speranza.
«La musica non ha confini – dice – cambia solo la temperatura del sangue.»

Quando gli chiedi della direzione d’orchestra, la sua risposta si fa immagine: «Imporre il tempo è come tenere il timone; ascoltarlo è come essere vela». In questa metafora si condensa la sua idea di libertà: non il dominio, ma la fiducia. «Ci sono momenti in cui il direttore deve tacere. La fiducia nasce dal silenzio, da uno sguardo che riconosce un’altra anima.»
Forse è per questo che Yurkevych appare sempre più come un artigiano dell’equilibrio: tra creazione e disciplina, tra decisione e tenerezza. «Ogni volta che una scelta amministrativa ferisce un musicista, si spegne in lui un frammento di gioia. Ma il Maestro vero è colui che trova la linea sottile tra autorità e compassione.»Andriy Yurkevych #AndriyYurkevych

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Eppure, il suo rapporto con la partitura non è mai dogmatico. «Il tradimento della partitura è una forma di fedeltà alla vita», confessa. Per lui, ogni luce, ogni movimento scenico, ogni respiro di un attore può modificare la forma del suono. Dirigere è un atto vivo, non un restauro. «La partitura si trasforma nella mente migliaia di volte, finché diventa tua. È allora che la musica smette di essere scrittura e diventa carne viva.»
Parole che ricordano la poetessa georgiana Anna Kalandadze, quando scriveva: “Chi ama davvero la bellezza non la possiede: la custodisce tremando.” Così è Yurkevych davanti al pentagramma – un uomo che custodisce la bellezza tremando, nel rischio continuo di tradirla per salvarla.

Ma il suo racconto diventa più intenso quando la conversazione tocca la guerra. La voce si abbassa, la frase si fa lenta: «Quando la musica risuona in tempo di guerra, porta con sé non solo il suono, ma la memoria. Vedo orchestre e pubblici che ascoltano l’Ucraina non come geografia, ma come stato dell’anima. La musica diventa preghiera – e persino il silenzio fa parte della resistenza.»
C’è una dignità struggente nel modo in cui pronuncia queste parole, come se ogni nota fosse un atto di testimonianza.

Oggi, se dovesse scegliere tre partiture per definire il suo linguaggio interiore, Yurkevych risponde con una poesia più che con un elenco: «Verdi, come il cuore che batte nella luce; Lysenko, come la terra che ricorda le radici; Mahler, come il cielo che interroga». Ogni volta che ritorna a un’opera già diretta, vi torna come un uomo diverso: «I segni musicali ci scandagliano – dice – percepiscono le mutazioni delle nostre vibrazioni interiori».
È un modo raro, quasi ascetico, di vivere la musica: come se la partitura osservasse chi la interpreta, e non il contrario.

Tra i suoi viaggi, il Giappone occupa un posto speciale. «È la Fonte del Sole», lo chiama. «Ogni giorno i suoi abitanti sono i primi a vedere la luce.» E cita un proverbio antico: “Ogni giorno Dio si leva prima del sole.”
Yurkevych sorride: «Ogni mio viaggio è un ringraziamento al Creatore. Porto sempre con me un diapason interiore: la fede nella sincerità del suono. E ogni volta disimparo la sicurezza dei miei schemi per concedermi lo stupore. La vera direzione d’orchestra inizia quando impariamo di nuovo ad ascoltare come fosse la prima volta.»

Non mancano i “no” che proteggono, né i “sì” che feriscono. «Ogni passo cambia la forma della nostra esistenza», dice. «Non ci creiamo attraverso i risultati, ma attraverso le traiettorie. Ogni no è sacro quanto ogni , perché solo nella loro tensione nasce il vero io sono
C’è in lui un senso quasi monastico della responsabilità, una fede nell’onestà del suono che non ammette compromessi.Andriy Yurkevych #AndriyYurkevych

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E quando si parla del “suono ucraino”, la sua voce diventa memoria collettiva: «Non è folklore, è un’etica della compassione. È la verticalità interiore che tiene la musica nella luce.» Racconta dei kobzari, i cantori ciechi della tradizione popolare ucraina, perseguitati negli anni Trenta. «Erano veggenti senza vista – portavano di villaggio in villaggio la memoria di un popolo. Il mio suono nasce da loro.»
Per Yurkevych, dirigere non è un atto estetico, ma morale: scolpire il tempo come uno scultore, lasciare che i timbri dicano la verità.

Alla fine dell’intervista, la sua voce si fa lieve, quasi un sussurro:
«Quando tutto tace, vorrei che restasse non il mio gesto, ma la verità del suono. Forse la memoria di una ricerca condivisa di senso.»
Poi sorride appena e aggiunge:
«C’è una domanda che pochi mi fanno, ma che vorrei sentire più spesso: fa ancora male ciò che dirige?
Perché finché fa male, la musica è viva.»

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