Ancona – Teatro delle Muse “Franco Corelli”: Il trovatore

Giuseppe Verdi

Il trovatore

La locandina

Il Conte di LunaSerban Vasile
LeonoraSalome Jicia
AzucenaValentina Pernozzoli
ManricoAmadi Lagha
FerrandoYongheng Dong
InesAntonella Granata
RuizAlessandro Fiocchetti
Un messoAlessandro Pucci
Un vecchio zingaroDavide Filipponi
  
  
DirettoreAndriy Yurkevych
Regia, scene e luciGiuseppe Dipasquale
CostumiStefania Cempini
VideoproiezioniFrancesco Lopergolo
Maestro del CoroFrancesco Calzolaro
  
Orchestra Sinfonica “Rossini”Coro Lirico Marchigiano “Bellini”
 

Come più volte sostenuto su queste pagine, non si può dare la colpa ai capolavori del melodramma di essere tali e quindi di essere rappresentati massivamente rispetto ad altri titoli: ciò che invece dovrebbe essere il fulcro di queste rappresentazioni è un progetto artistico che individui e proponga con cognizione di causa gli elementi caratterizzanti della composizione, quel quid che l’ha resa popolare rispetto ad altre, e non il pensare che “come la fai la fai va bene sempre”, tanto il pubblico verrà comunque attirato dal titolo (e abbiamo visto tante volte che non è stato così). Abbiamo dunque accolto con grande piacere l’allestimento de Il Trovatore in scena alle Muse-Corelli come primo titolo della stagione 2025, caratterizzato da una prestazione orchestrale davvero di rilievo.

 Andriy Yurkevych è direttore certamente esperto e solido, ma in questa occasione ha mostrato anche doti di concertatore raffinato nel valorizzare la partitura al meglio delle proprie possibilità. Il gesto misurato ma allo stesso tempo energico ha spinto l’ottima Sinfonica Rossini su sonorità terse, che hanno messo in luce le evidenti ascendenze donizettiane della partitura, ma senza rinunciare alla forza dei momenti più “sanguigni” (finale primo, terzetto Azucena-Conte-Ferrando, l’attesa Pira).

Forza ottenuta non con il volume ma con un’oculata scelta di tempi e di valorizzazione di impasti cromatici della partitura non così spesso ascoltati: nella cabaletta del Conte, ad esempio, il raddoppio dei violini nelle frasi “non può nemmeno un dio, donna, rapirti a me” dà la “spinta” alla protervia del baritono non in termini di volume ma di accento.

E sull’opportunità dell’esecuzione integrale, acquisito che brani come il finale del duetto Manrico-Azucena mostrano tutt’altro sviluppo armonico se eseguiti senza l’orrido taglio “di tradizione” va ribadito questo: non si tratta del feticcio di cantare e suonare solo le note pure e semplici, ma anche di dar loro il giusto senso drammatico. Altro preclaro esempio il finale, quando sotto l’addio di Leonora Manrico e il Conte esclamano “Ah!”, due semplici semiminime legate, fa naturale per il tenore e sol bemolle per il baritono, quasi sempre tagliate insieme alle successive invocazioni: ma se, come in questa occasione, il tenore la canta in morendo e il baritono con forza, queste due semplici note davvero schiudono l’abisso dell’animo dei due personaggi, destinati l’uno alla morte l’altro alla dannazione eterna del fratricidio. 

Proprio a cercare il pelo nell’uovo, si può rilevare che a tanta cura nella gestione dell’orchestra non corrisponda sempre uguale stimolo verso i cantanti nel cercare un’interpretazione parimenti rifinita, in particolare per ciò che riguarda il tenore (anche se il livello generale si attesta su una lodevole professionalità).

Amadi Lagha ha voce tuttora fresca di timbro, omogenea in tutti i registri e squillante in quello acuto, caratteristiche che evocano con pertinenza il canto del giovane innamorato: trova infatti momenti di bella espansione nel canto fuori scena al primo e quarto atto, e in quelli generalmente più distesi. Risulta invece un po’ carente di accento in quelli più appassionati (“Ha quest’infame l’amor venduto” è suonato davvero moscio), carenza amplificata da un impaccio scenico qua e là fin troppo evidente. È anche vero che di fronte a una Pira cantata con il daccapo, in tono, con i do che squillavano perentori e le frasi sotto i pertichini del coro, il puro canto ha assorbito di fatto tutta l’interpretazione. Salome Jicia ha portato nel ruolo di Leonora, al debutto assoluto, pregi e difetti rilevati nei vari ascolti in ruoli Colbran. I pregi riguardano soprattutto il timbro brunito che si sposa benissimo con la visione oltremodo “lunare” della direzione, e applicato a un buon controllo dei fiati e a un fraseggio sorvegliato porta a un’esecuzione davvero suggestiva delle due arie e del finale. I difetti però vengono dalla già rilevata debolezza di un registro acuto che suona duro e forzato, al quale la cantante cerca di porre rimedio seguendo una “via Caballé” fatta di suoni flottanti e assottigliati nelle note a lei più comode. Note anche belle prese singolarmente, e che in “D’amor sull’ali rosee” fanno la loro figura (esegue in pianissimo non solo il do ma anche il re bemolle previsto da Verdi come oppure nella successiva cadenza, di ascolto veramente raro); ma quando poi nelle cabalette quelle stesse note devono essere prese di forza, il contrasto si fa stridente, come stridono le agilità e i picchettati eseguiti in modo meccanico.

Al netto di qualche occasionale nasalità il Conte di Seban Vasile si giova di una vocalità robusta e dal timbro autenticamente baritonale, a fuoco tanto nei ripiegamenti amorosi del “Balen” quanto nei momenti di più espressa protervia. Anch’essa al debutto nel ruolo, l’Azucena non ancora trentenne di Valentina Pernozzoli ha mostrato cospicue doti di natura riguardo a uno strumento vocale autenticamente contraltile, esteso in alto (fa fede il do di “tu la spremi dal mio cor”) e timbrato in basso, anche se con qualche affondo di petto più dettato, riteniamo, dal temperamento. L’auspicio è che possa affinare sempre più la tecnica per preservare questo prezioso patrimonio vocale, che ora sembra molto poggiato per l’appunto su un canto abbastanza istintivo. Roccioso il Ferrando di Yongheng Dong, ma allo stesso tempo duttile nel dipanare le temibili agilità di “Abbietta zingara” e ben a fuoco anche negli assiemi. Antonella Granata come Ines, Alessandro Fiocchetti come Ruiz, Davide Filipponi come Vecchio zingaro e Alessandro Pucci come Messo hanno dimostrato come non esistano piccoli ruoli, quando sono cantati con voci sane e ben emesse come nel caso di tutti gli artisti citati. Il Coro Lirico Marchigiano, per l’occasiona affidato alle cure di Francesco Calzolaro, è apparso ben a fuoco, e ce ne rallegriamo molto: precisione, buon amalgama delle sezioni, begli effetti nei due episodi fuori scena del secondo e quarto atto.

Giuseppe Dipasquale è alla sua seconda regia operistica dopo una Traviata del 2021, e come spesso si legge “agisce per sottrazione”, mirando a creare “un regno sospeso tra il sogno e la morte…uno spazio mentale, un altrove…l’obiettivo è di trasportare il pubblico in un universo onirico e desolato, un limbo dove il passato non si risolve e il futuro non esiste”, secondo quanto si legge nel programma di sala. Per rafforzare questa impostazione, nella totale assenza di arredi lo sfondo scenico viene riempito da videoproiezioni basate sulle creazioni di Maurits Cornelis Escher, artista olandese famoso per le sue opere di costruzioni geometriche interconnesse che si intersecano e sovrappongono (citazione celebre e popolare del suo stile si trova nella saga cinematografica di Harry Potter, per l’architettura della Scuola di Magia di Hogwarts). Posto che, come abbiamo più volte sostenuto, non è il massimo dover capire il senso di un allestimento dalle note del programma di sala, il tutto alla fine si lascia vedere, grazie anche all’abilità di disegnare lo spazio scenico con quattro grandi porte a specchio che vengono spostate in modo appropriato, ora a creare delle quinte ora a riflettere l’ambiente (e qui viene fuori tutta l’abilità dell’uomo di teatro che conosce alla perfezione gli spazi a disposizione, essendo Dipasquale anche direttore di Marche Teatro).

Bella anche l’idea di caratterizzare ogni personaggio con un colore diverso, abbinato non solo ai bei costumi stile fantasy di Stefania Cempini ma anche a pitture in viso. Peccato che il disegno luci abbia lasciato quasi costantemente in ombra i personaggi, soprattutto quelli principali, in modo tale che solo alle uscite finali si è potuta vedere completamente la fattura dei costumi, in particolare per il coro. In definitiva un allestimento condizionato da ristrettezze di budget ma che non disturba, mediamente tradizionale nel gestire i personaggi in scena e che, in gergo colloquiale, ha portato a casa il risultato.

Convinto il successo da parte di un pubblico sufficientemente numeroso alla pomeridiana domenicale.

La recensione si riferisce alla recita del 12 ottobre 2025

Domenico Ciccone